Home » Management in Farmacia » Carenza farmaci: si può combattere per decreto legge?

Carenza farmaci: si può combattere per decreto legge?

Carenza farmaci: si può combattere per decreto legge? - Comunicazione in Farmacia

Il problema della carenza di farmaci è sempre più frequente e allarmante. Ora si cerca di combatterla tramite decreto legge. Può davvero funzionare?

Il fenomeno dell’esportazione parallela dei farmaci esiste da quasi vent’anni: lo sanno bene le aziende che hanno tentato di contrastarlo, lo sanno bene grossisti e mega farmacie che in questi anni hanno guadagnato milioni. Lo conoscono davvero poco i cittadini, che ne subiscono il danno, e da quanto si legge sembra che l’abbiano scoperto recentemente le istituzioni, che ora decidono che lo combatteranno tramite decreti e sanzioni.

Ancora una volta siamo qui a chiudere stalle ormai vuote, a cercare di svuotare oceani con cucchiaini bucati. Non me ne voglia la ministro Lorenzin: un decreto è meglio del totale disinteresse. Condivido anche la sua dichiarazione sul fatto che il problema riguardi l’Europa, e vada affrontato in sede comunitaria. Ma “il problema” è molto più ampio e complesso di quanto lo si faccia apparire, quindi la sua soluzione non può prevedere solo decreti e sanzioni, ma una globale e sistemica revisione del concetto “terapia farmacologica” in Europa.

Ho studiato l’esportazione parallela da quando è “nata”: a quel tempo ero in azienda. Senza entrare troppo nello specifico, cerchiamo quindi di ricapitolare.

Per molti anni un farmaco, indipendentemente da dove veniva sviluppato, veniva registrato in maniera totalmente indipendente nei diversi Paesi europei. Ciascun Paese lo registrava e fissava il prezzo. Come voleva. Decideva anche se renderlo gratuito per il cittadino o no. In genere veniva anche prodotto nel Paese, o almeno era quanto accadeva per i Paesi più grandi, come l’Italia. In ciascun Paese potevano essere venduti, e acquistati, i farmaci registrati e prodotti con specifiche indicazioni, scatolette, bugiardini, …

Non c’era libera circolazione delle merci, tantomeno dei farmaci.

Qualche cittadino, spinto da necessità, poteva andare a comprare all’estero farmaci non ancora registrati in Italia, e li pagava.

Poi, negli anni, sono intervenute le registrazioni europee, sempre parziali, con diverse modalità, leggi variabili, parecchia confusione. Tecnicamente il principio guida, molto valido, era che i cittadini europei dovevano avere accesso alle stesse terapie, più o meno negli stessi tempi.

Sembrava che si andasse verso un concetto di salute europea, ma era solo apparenza.

Ogni Paese europeo ha un suo sistema sanitario, decide cosa rendere accessibile gratuitamente ai cittadini. E, soprattutto, ogni Paese europeo ha il desiderio e la necessità di contenere la spesa sanitaria, su cui i farmaci pesano in misura rilevante. Capiamoci bene: non sono i farmaci la voce maggiore di spesa dei sistemi sanitari, ma sono sicuramente la voce più controllabile e su cui è possibile agire più rapidamente.

Pertanto in questo bailamme di pseudo europeizzazione del mercato farmaceutico ogni Paese si è tenuto ben stretta la decisione sul prezzo dei farmaci.

E su questo già notevole caos si è installata la libera circolazione delle merci e la vendita tramite internet, oltre ad altri meccanismi creativi.

Se un medico è tenuto a rispettare n budget di spesa per i farmaci che prescrive ai suoi pazienti ed è libero di prescrivere il prodotto branded che costa 10, il generico che costa 6 o il farmaco branded importato da un altro Paese europeo che costa 5 … secondo voi cosa prescrive?

Se un paziente sa che la terapia ottimale per lui è costituita dal prodotto A, e può acquistarlo nella farmacia sotto casa pagandolo 8 o su internet, proveniente da un altro Paese europeo, pagandolo 4, cosa farà?

Limitazioni, controlli, verifiche, decreti, sono tutti strumenti che non vanno alla radice del problema.

Le aziende farmaceutiche sono quelle che ci rimettono di più: si tratta davvero di miliardi di euro di profitto. E qui, permettetemi un accenno ad un altro elemento di dimensioni stratosferiche, oggetto di infinite polemiche. Il sistema delle multinazionali farmaceutiche, così come è diventato, ha non pochi difetti. Ma dal momento che “abbiamo” lasciato che il mercato dei farmaci seguisse esattamente le stesse regole dei mercati dei beni di lusso, o dei superalcoolici, perché adesso ci lamentiamo? Se abbiamo lasciato che le multinazionali farmaceutiche fossero quotate in borsa e seguissero le regole del profitto ad ogni costo, e gli azionisti chiedono dividendi, non salute pubblica, cosa possiamo pretendere?

No è certo il Governo italiano con qualche abbassamento di prezzo a qualche farmaco che può scalfire, e tantomeno risolvere, situazioni di bilancio e profitto che sono praticamente indipendenti da qualunque Paese.

Credo che l’Europa debba ripensare all’intero sistema, e che ciascuno di noi, come cittadini prima di tutto, debba riflettere sulle condizioni e sulle implicazioni etiche. Perché verrà il giorno, e non mi sento Cassandra, in cui la salute di ciascuno di noi potrebbe essere seriamente minacciata da un sistema che non sa rinnovare se stesso.